
Ci sono storie che non hanno bisogno di effetti speciali. Hanno bisogno di tempo, di ascolto, di uno sguardo capace di restare.
Il 2 febbraio, nell’evento conclusivo della prima edizione di Vite Straordinarie, abbiamo fatto proprio questo: ci siamo fermati a guardare, riascoltando le esperienze, rivedendo i volti, ripercorrendo gli incontri che nei mesi scorsi hanno messo in relazione fotografi e associazioni del Terzo Settore in un percorso insieme umano e professionale.
Ad aprire l’incontro è stata Silvia Superbi, presidente e fondatrice di Frame for Life, che ha ricordato come Vite Straordinarie sia forse il progetto che più di ogni altro coincide con la mission dell’associazione: formare alla fotografia sociale e far crescere l’impatto delle organizzazioni di Terzo Settore. Insieme a lei, Fabio Moscatelli, direttore artistico che ha guidato i fotografi nel percorso di fotografia sociale.
Il titolo stesso è, in qualche modo, una provocazione. “Straordinarie” non per enfatizzare, ma per andare oltre l’ordinario modo in cui spesso la fotografia si avvicina al mondo del sociale e della disabilità. Troppo frequentemente, infatti, questo incontro avviene attraverso uno sguardo pietistico, che finisce per appiattire le storie e non servire a nessuno.
Vite Straordinarie ha scelto un’altra strada: evitare narrazioni lacrimevoli per restituire invece complessità, dignità, quotidianità e comprensione.




Il progetto ha fatto incontrare Enti Non profit disponibili a mettersi in gioco e a farsi raccontare, con fotografi pronti a intraprendere un percorso di crescita che è stato insieme umano e professionale. Frame for Life ha accompagnato questo processo lavorando come una vera e propria redazione: facilitando relazioni, curando gli aspetti formali e organizzativi, creando le condizioni perché ogni fotografo potesse concentrarsi sull’essenziale, cioè sull’incontro e sul racconto per immagini.
Durante l’evento, i quattro fotografi della prima edizione hanno condiviso la loro esperienza.
Giulia Ceroni, che ha lavorato con l’Associazione Casa delle Luci, si è avvicinata alla fotografia sociale per la prima volta. Fotografa per passione, ha scelto di aderire al progetto per sperimentare uno sguardo diverso e per sostenere, con il proprio lavoro, l’impegno delle associazioni. All’inizio l’impatto emotivo non è stato semplice, ma presto ha lasciato spazio alla scoperta.
Il suo focus si è concentrato sugli operatori: sull’amore, la professionalità e la dedizione – una vera e propria vocazione – con cui lavorano ogni giorno con ragazzi con sordità e altre disabilità. Un incontro che l’ha coinvolta al punto da imparare anche i primi rudimenti della lingua dei segni.
Daniel Pellegrini ha raccontato il suo percorso all’Associazione Andrea Tudisco, accanto a bambini malati che sono ospitati dall’Associazione per lunghi percorsi ospedalieri e di cura. Anche per lui era la prima esperienza nel sociale. La preoccupazione iniziale si è sciolta in un clima familiare che lo ha profondamente coinvolto.
Nei suoi scatti ha scelto di mostrare la quotidianità e gli attimi di spensieratezza. La sofferenza era presente, ma ha deciso di non metterla al centro. Ha preferito normalizzare ciò che vedeva. Lo ha detto con parole semplici e dirette: «Mentre ero lì mi scordavo la malattia dei bambini e ho cercato di raccontare la loro energia e i loro giochi».
Fabio Negri, che ha lavorato con l’Associazione Divertitempo – impegnata con ragazzi con spettro autistico – ha spiegato quanto questo percorso lo abbia portato a interrogarsi sul concetto di normalità.
Il suo lavoro ha cercato di raccontare soprattutto le connessioni che si creano tra le persone, le relazioni che danno senso alle giornate. Anche lui non è un fotografo professionista, e ha affrontato il percorso con uno sguardo libero e autentico.
Infine, Anna Ranucci ha condiviso l’esperienza vissuta a Casa Betania, Cooperativa l’Accoglienza, associazione che segue bambini vittime di violenza insieme alle loro mamme, oltre a bambini con disabilità. Le incertezze iniziali sono svanite subito, lasciando spazio a giochi all’aperto, accoglienza festosa, normalità.
Anna ha raccontato di aver fotografato, giorno dopo giorno, non dei “bambini speciali” o “bambini vittime di qualcosa”: ma bambini che giocano, che vanno a scuola, che fanno i compiti, che vivono dentro una famiglia. Bambini, semplicemente.
La prima edizione di Vite Straordinarie si chiude così, con immagini che parlano di relazioni, lavoro quotidiano, fiducia. Con uno sguardo che prova a restituire la realtà senza filtri pietistici, ma con rispetto e profondità.
E non è un punto di arrivo. Durante l’evento è stato annunciato che la seconda edizione amplierà il percorso, offrendo anche momenti di formazione dedicati agli enti del Terzo Settore, per valorizzare la qualità del racconto e fornire strumenti utili alla comunicazione e alla raccolta fondi per le Associazioni.
Perché certe vite non hanno bisogno di essere evocate come straordinarie: lo sono già, quando impariamo a guardarle nel modo giusto.


