Abbiamo dialogato con Eleonora Casara, Direttrice Artistica di “Prossimità del Danno – Visioni del Quotidiano Compromesso”, concorso fotografico internazionale di cui Frame for Life è stata Outreach & Communication Partner. Una collaborazione di grande significato, in linea con il nostro modo di intendere la fotografia sociale, che abbiamo il piacere di raccontarvi attraverso questa intervista.
Perché avete scelto proprio la fotografia come linguaggio per raccontare il concetto di “danno”?
Perché la fotografia ha un rapporto particolare con quello che esiste. Parte dalla realtà, ma non si limita a registrarla: sceglie dove guardare e, soprattutto, cosa non lasciarci ignorare.
Quando parliamo di danno pensiamo subito a qualcosa di evidente, a una catastrofe. Invece spesso il danno è già entrato nelle nostre vite e ci siamo abituati alla sua presenza. Può essere in un paesaggio trasformato, in un corpo, in una casa, in una relazione o in un gesto apparentemente piccolo.
La fotografia può fermare proprio quel punto e dirci: guarda meglio, questa cosa ti riguarda. Non dà necessariamente risposte, ma può aprire una domanda. Ed è quello che mi interessa.

Come è andata questa prima edizione? C’è stato qualcosa che vi ha sorpreso?
Sono arrivate 113 fotografie di 42 autori, da Italia, Stati Uniti, Taiwan e Polonia. Per una prima edizione è stata una risposta molto bella.
La cosa che mi ha colpito di più è stata la varietà delle interpretazioni. Sono arrivati lavori sull’ambiente, sul lavoro, sulla malattia, sulla solitudine, sulla tecnologia, sull’abbandono, ma anche immagini molto intime e silenziose. Pensavo che il tema avrebbe portato soprattutto verso rappresentazioni più esplicite. Invece molte fotografie parlano di qualcosa che si è consumato lentamente e che magari riconosci soltanto quando è già accaduto. Questa per me è stata la parte più interessante: vedere quanto il danno possa assumere forme diverse e quanto sia vicino a noi.
Dove avete trovato i punti di contatto più forti con Frame for Life?
Nel modo di intendere la fotografia come qualcosa che non dovrebbe restare chiuso dentro l’immagine.
Una fotografia sociale funziona davvero quando riesce a creare una relazione tra chi ha fotografato, ciò che viene raccontato e chi guarda. Non deve soltanto emozionare: deve lasciare qualcosa, magari anche un dubbio o un piccolo disagio.
Con Frame for Life abbiamo condiviso soprattutto questo. Il vostro lavoro ci ha aiutati a far circolare il progetto e a raggiungere persone che probabilmente, senza questa collaborazione, non avremmo incontrato. È stato un sostegno concreto e coerente con il senso del contest.
Ci sarà una prossima edizione? Che cosa bolle in pentola per il prossimo anno?
Sì, l’intenzione è che Prossimità del Danno prosegua. Questa prima edizione è stata per noi anche un terreno di verifica: ci ha permesso di capire cosa funziona, cosa può crescere e soprattutto quanto sia necessario non ridurre il progetto alla sola dimensione del concorso.
Vorrei che la prossima edizione ampliasse ulteriormente lo spazio dedicato alla ricerca, alla mostra e al confronto con gli autori,
mantenendo al centro la fotografia come strumento capace di interrogare ciò che accade molto vicino a noi e che spesso, proprio perché quotidiano, smettiamo di vedere. È ancora presto per anticipare forme e contenuti, ma certamente il lavoro non finisce qui.



